PIZZA CANDIDATA PATRIMONIO DELL'UNESCO. MA L'ITALIA NON RIESCE A FARE SISTEMA



Pizza candidata patrimonio dell’Unesco. Ma l’Italia non riesce a fare sistema


C’è il rischio di un’altra sconfitta per l’Italia. Come non fosse sufficiente l’eliminazione dai mondiali nella sciagurata serata milanese. A Parigi, in questi giorni, l’Unesco sta discutendo se attribuire alla pizza napoletana il prestigioso status di patrimonio mondiale dell’umanità. Un simbolo dell’eccellenza alimentare made in Italy in tutto il mondo che, tuttavia, potrebbe subire un pericoloso sgambetto. Non parliamo di svedesi ma di nostri, tutti italiani, clamorosi autogol.
A cominciare dalla mozzarella, indispensabile ingrediente di una perfetta pizza napoletana. Assolatte, l’associazione degli industriali del settore, appoggia ovviamente la candidatura. “E’ proprio il successo della pizza nel mondo che ha fatto conoscere la mozzarella in tutti i continenti e ne ha spinto le vendite”, spiega una nota dell’associazione. I numeri parlano chiaro: tra il 1990 e il 2016, l’export italiano di mozzarella è esploso, passando da 2.778 a 84.675 tonnellate, con una crescita record, ossia +2.950%. Cifre da capogiro, che si confermano anche nel 2017: tra gennaio e giugno, dall’Italia sono partite per l’estero 46.555 tonnellate di mozzarella, in aumento del 12,8% rispetto allo stesso periodo del 2016. Un giro d’affari di ben 218 milioni di euro, in crescita del 14%. “Quella della mozzarella italiana è una case history di straordinario successo e racconta della sapienza produttiva, della grande capacità imprenditoriale e della tenace intraprendenza delle imprese lattiero casearie italiane”, spiega Assolatte.
E la case history di straordinario successo non si è cullata sugli allori. Da tempo ha infatti avviato un processo per inserire alcune modiche al Disciplinare produttivo, fondamentali per crescere ancora nel mondo. Parliamo di: utilizzo di caglio vegetale o microbico, introduzione della dicitura ‘lavorata a mano’ e di altri formati e pezzature, come ciliegine o nodini, e possibilità di commerciare anche la mozzarella frozen. L’iter legislativo richiede il via libera non solo di Mipaaf e Ue, ma anche degli assessori regionali delle aree produttive coinvolte: la Campania e la Puglia. Ed è proprio da Bari e dintorni che arriva un inatteso stop: le modifiche, oggi bocciate, erano state infatti avvallate nel 2012 dai medesimi assessori. Sembra surreale? No, se si interpreta il mancato ok come una ritorsione nei confronti del Consorzio della bufala che si è opposto, qualche tempo fa, alla proposta di riconoscimento della Dop vaccina, tutta pugliese, ‘mozzarella di Gioia del Colle’. E come per la nazionale italiana, non facendo gioco di squadra si rischia solo di finire cornuti e mazziati.
Ma andiamo avanti. Per una buona pizza, la mozzarella non basta. Serve anche dell’ottimo pomodoro. Tralasciando, in questa sede, le iniziative sull’origine in etichetta del prezzemolino Maurizio Martina – buone per la campagna elettorale, un po’ meno per l’export – in questi giorni uno storico marchio conserviero italiano è vittima di una campagna diffamatoria ad opera di ignoti. Ignoti Italiani, che hanno fatto girare una bufala (stavolta non parliamo di mozzarella) circa una presunta contaminazione da arsenico in un lotto di passata di pomodoro Mutti. Il tutto corredato addirittura da un modulo di richiamo del ministero della Salute, ovviamente falsificato, che circolava anche su Whatsapp. Fake news smentita dai diretti interessati e anche dallo stesso ministero della Salute. Ma nel frattempo la notizia è diventata virale in rete, con grave danno per l’azienda e l’intero comparto del pomodoro italiano. Un settore già messo alla gogna mediatica, a livello internazionale, da un articolo pubblicato dal quotidiano inglese The Guardian, il 24 ottobre, sulla delicatissima questione del caporalato nelle campagne del Mezzogiorno.
Infine, per ogni pizza degna di questo nome, non possono mancare due foglioline di basilico. Un’altra Dop italiana, il cui Consorzio si oppone con forza alla ratifica del fondamentale Ceta perché non tutela, in Canada, anche il basilico genovese Dop. Ricordiamocelo: a furia di autogol si sta a casa, non solo dai Mondiali.

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