Tra competenza ed esperienza: il confine sottile dell’autorevolezza professionale
In questi giorni mi è stato detto che, pur avendo svolto un grande lavoro, mi sarei preso libertà intellettuali che non mi appartenevano: rischi e decisioni che non rientrerebbero nelle mie corde professionali e culturali. Un’osservazione che merita attenzione e che, in parte, riconosco.
Non sono un tecnologo alimentare e non possiedo un percorso tecnico tale da pormi formalmente sullo stesso piano di un alimentarista. La mia formazione nasce altrove: una laurea in economia, un master in internazionalizzazione d’impresa e un percorso accademico che, almeno sulla carta, sembrerebbe distante dai laboratori e dalle linee produttive del settore alimentare.
Eppure la professione non si misura soltanto con i titoli.
Da oltre quarant’anni vivo la ristorazione in ogni sua dimensione: sala, cucina e gestione. Ho attraversato mercati, culture e modelli produttivi lavorando in Italia, in Africa e in Sud America, facendo del confronto con realtà diverse un patrimonio professionale concreto. Nel mio percorso ho dovuto apprendere e applicare rigorosamente normative igienico-sanitarie e procedure di sicurezza sul lavoro, non come esercizio teorico ma come necessità quotidiana.
A questa esperienza si aggiunge una lunga immersione nello studio delle spezie e dei blend aromatici, un ambito che mi ha portato a sviluppare oltre cento mix di spezie e rub, trasformando curiosità e ricerca in competenza operativa.
Nel corso degli anni trascorsi nell’industria alimentare ho seguito corsi privati e universitari e, soprattutto, ho avuto la fortuna di lavorare fianco a fianco con tecnologi alimentari di rilevanza nazionale ed europea, collaborando in sinergia con aziende specializzate nella tecnologia alimentare. Un’esperienza che mi ha consentito di osservare da vicino metodologie, processi e approcci scientifici.
È per questo che accetto la critica sulle cosiddette “libertà intellettuali”, ma solo fino a un certo punto. Perché se è vero che io posso aver osato andando oltre i confini della mia formazione originaria, è altrettanto vero che ho visto, in alcuni professionisti del settore, l’esatto contrario di ciò in cui credo profondamente: etica produttiva e onestà intellettuale.
L’autorevolezza non nasce esclusivamente da un titolo, così come l’esperienza non può sostituire completamente la specializzazione. Il punto di equilibrio sta probabilmente altrove: nella capacità di riconoscere i propri limiti senza rinunciare al diritto di costruire conoscenza attraverso il lavoro, lo studio e il confronto autentico. Perché la competenza, quella reale, non dovrebbe mai diventare un recinto identitario né un privilegio da difendere, ma uno spazio condiviso in cui professionalità, esperienza ed etica possano dialogare senza pregiudizi.
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